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Focus Storia Collection

OBIETTIVO SOL LEVANTE

IL RAID DI DOOLITTLE A pianificare il raid e guidare gli aerei in missione su Tokyo fu il tenente colonnello Jimmy Doolittle (foto a sinistra). Sul giornale, il Giappone ammette di aver subito danni.

TAKE OFF! In questo montaggio di foto d’epoca, un bombardiere B-25B pronto a decollare dalla portaerei Hornet e poi in volo sul Pacifico. Destinazione, gli obiettivi militari presenti a Tokyo, Yokohama, Kobe, Osaka e Nagoya.

(CORBIS (2))

All’inizio del 1942 gli Stati Uniti erano a un punto critico: l’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 ne aveva messo in ginocchio la potenza navale, ma soprattutto aveva dato un duro colpo al morale della popolazione. Le vittorie nipponiche nel Pacifico allarmavano l’opinione pubblica: la gente aveva paura, comitati pubblici offrivano denaro per colpire i giapponesi. Serviva qualcosa per confermare alla popolazione che le Forze armate Usa erano ancora combattive. E andava fatto in tempi brevi. Lo stesso presidente Roosevelt auspicava un’azione altamente dimostrativa. Già a dicembre, da esperto psicologo delle masse, il presidente aveva proposto ai capi di Stato Maggiore di bombardare Tokyo. Capiva che, per rialzare il morale americano e minare quello nemico, si doveva colpire dove avrebbe fatto più male, direttamente sul suolo del Giappone, su quella terra che i nipponici amavano più di ogni altra cosa. E cosa meglio della capitale, considerata inviolabile?

Già, ma come farlo? Gli Usa non disponevano di bombardieri a lungo raggio che potessero raggiungere le isole giapponesi, le basi del Pacifico da cui avrebbero potuto tentare erano in mano nemica e Cina e Urss non accettavano avamposti sul loro territorio. Tra le navi che ancora rimanevano agli americani, però, vi erano le portaerei, che durante l’attacco a Pearl Harbor erano fuori in esercitazione. Queste, sì, potevano avvicinarsi, seppur con estremo pericolo, alle coste del Giappone, ma non esistevano aerei imbarcati che avrebbero potuto comunque spingersi fino a Tokyo; figuriamoci poi farne ritorno. Niente da fare: era un compito per bombardieri.

TENTARE L’IMPOSSIBILE. La soluzione venne in mente per caso a un capitano dell’Us Navy, Francis S. Low, mentre, nel gennaio 1942, assisteva a un’esercitazione di alcuni B-25 che si addestravano ad attaccare una finta portaerei. Il bimotore B-25 Mitchell era uno dei migliori bombardieri medi in dotazione, benché non ancora testato in guerra. Sebbene neppur lontanamente concepito per quel ruolo, forse quel mezzo per ingombro, peso e potenza sarebbe potuto decollare da una portaerei!

I capi di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Ernest J. King, e dell’ Usaaf, generale Henry H. Arnold, approvarono e i test ebbero inizio. Vennero esaminati anche altri aerei, ma il B-25 si dimostrò, con due voli di prova nel febbraio 1942, pur con grandi difficoltà, l’unico adatto al decollo da una portaerei. Ma non era poi in grado di appontare, quindi un rientro dei velivoli con lo stesso sistema era da scartare. Ormai la decisione era presa e con la massima segretezza lo Special Aviation Projet N.1 andò avanti, affidato al comando di uno dei piloti più famosi ed esperti del momento, il tenente colonnello Jimmy Doolittle. Si trattava ora di preparare i mezzi, rapidamente, anche per ovvi motivi di sicurezza, selezionare e soprattutto addestrare gli equipaggi, assolutamente digiuni di operazioni del genere su aerei concepiti per il decollo da terra.

NEL MIRINO l’arsenale Yokosuka (nella zona di Tokyo), foto presa da uno dei bombardieri durante il raid.

(CORBIS)
Il vero risultato non fu il DANNO a Tokyo, di SCARSA entità, ma la notizia che il GIAPPONE non era più INVIOLABILE

AEREI E RAIDER. Furono scelti 24 B-25B (solo 16 avrebbero preso parte all’azione) del 17° Gruppo da bombardamento dell’Usaaf (U.S. Army Air Force), che aveva i piloti più esperti su quei velivoli. Gli equipaggi (di 5 uomini) vennero selezionati tra i volontari per una “missione non specificata, ma estremamente pericolosa”. Dal 1° marzo 1942, Jimmy Doolittle, col suo entusiasmo condito da una buona dose di lucida follia tipica dei pionieri del volo, mise sotto uomini e macchine: in sole 3 settimane di addestramento, intensivo e maniacale (decollo simulato da un ponte di poco più di 70 metri, volo e bombardamento a bassa quota, volo notturno e sul mare), erano pronti per la missione. Agli aerei si dovettero aggiungere serbatoi supplementari (fino a circa 4.300 litri di carburante), blindature, dispositivi antighiaccio e di autodistruzione (in caso di atterraggio in territorio nemico) e, di contro, fu eliminato tutto il superfluo per ridurne il peso in decollo, tra cui il moderno dispositivo di puntamento (cambiato con uno semplificato) e addirittura le mitragliatrici di coda, sostituite da pezzi di legno verniciati.

ORDIGNI E PIANI DI VOLO. Tutti gli aerei portavano 4 ordigni da 225 kg costruiti appositamente: 3 ad alto esplosivo e uno incendiario, con 128 sub-munizioni ciascuno. Anche il piano era stato delineato: gli aerei sarebbero stati caricati sulla portaerei Hornet, scelta per l’esigenza (al comandante fu detto che si trattava solo di un trasferimento), che avrebbe fatto rotta verso il Giappone scortata dalla Task Force 16.2 e dalla TF 16.1, che avrebbe incontrato in mare aperto. A circa 700 km dalla costa gli aerei sarebbero decollati verso Tokyo-Yokohama. Arrivando da sud-ovest, sganciato il carico, si sarebbero allontanati nella stessa direzione. Poi rotta a ovest verso la Cina e atterraggio su aeroporti segreti locali, guidati da radiofari che gli Usa avevano convinto i riluttanti cinesi a installare. Riforniti, sarebbero poi ridecollati verso basi alleate da stabilire (erano in corso trattative con l’Urss). Non più di 3.200 km di volo a tratta, considerando un’autonomia massima di 3.800 km. Piano facile sulla carta, in realtà pieno di incognite: a partire dal decollo, che abbisognava di un forte vento di prua, fino al problema degli atterraggi in Cina. Una volta decollati, poi, i B-25 avrebbero volato senza uno straccio di caccia ad accompagnarli e difenderli.

Il 1° aprile 16 aerei e 24 equipaggi (alcuni in riserva) furono imbarcati sulla Hornet nella base di Ala-meda. Per poco non si rischiò di rendere pubblica l’operazione a causa di una troupe imbarcata per filmare gli eventi: il regista era infatti John Ford e questo aveva già richiamato l’attenzione della stampa.

L’AMERICANO capitano pilota; sul completo color cachi estivo veste il giubbino A-2 in pelle, in dotazione all’Usaaf.

(G. ALBERTINI)

Senza altri intoppi il 2 aprile la Hornet e le navi di scorta salparono. Solo in alto mare Doolittle mise al corrente dei dettagli del piano i propri piloti e i comandanti delle navi. L’unico già al corrente era il vice ammiraglio Halsey, che con la TF 16.1 raggiunse la TF 16.2 nel punto previsto, il 13 aprile. Fin qui tutto secondo i piani, ma nelle prime ore del 18, a circa 1.300 km dalla costa giapponese, navi nemiche in pattugliamento costrinsero la flotta a cambiare rotta. Alle 7:30 circa, un’altra nave del Sol Levante, la Nitto Maru, fu affondata dall’incrociatore Nashville, ma l’allarme, captato anche dagli americani, era stato dato. Il rischio era troppo; non si poteva più attendere. Con circa 10 ore di anticipo e a oltre 640 km dal punto previsto Doolittle e il comandante della Hornet Marc Mitscher decisero di dare il via all’operazione. Gli aerei furono in tutta fretta caricati delle bombe e preparati al decollo. La concitazione era al massimo. All’ultimo momento su ogni aereo furono stivate altre 10 taniche da 19 litri da usarsi in volo per aumentare l’autonomia.

SULL’OBIETTIVO. Alle 8:20, con un tempo pessimo, il primo aereo, ai comandi dello stesso Doolittle, decollò dalla Hornet. Alle 9:19 tutti e sedici i B-25 erano in volo verso il loro destino. Schierati in 5 gruppi su un fronte di 80 km, i velivoli arrivarono sulle coste del Giappone dopo circa 5 ore, senza incontrare nessuno. Sul territorio nemico volarono a bassissima quota, sporadicamente incontrando velivoli singoli o in gruppo che, evidentemente sicuri dell’inviolabilità del territorio, li scambiarono per aerei amici. Individuati gli obiettivi, alle 12:30 locali i bombardieri si portarono a 500 metri di quota relativa e, aperti i portelli, iniziarono il loro compito distruttivo. Le squadre si erano divise i compiti: furono colpiti Tokyo e la baia, Kanagewa, Yokohama e i cantieri di Yokosuka. L’attacco durò pochi minuti, con una reazione contraerea scoordinata. Nessun aereo fu abbattuto dalla difesa o dai pochi caccia alzatisi in volo, disorientati. Anche se poi il danno sarebbe risultato limitato, la sorpresa fu massima e la stoccata inflitta al morale nemico alta.

PRIMA E DOPOla preparazione di un bombardiere nella base di Alameda

(LIBRARY OF CONGRESS)

i danni a uno degli obiettivi sensibili.

(SIERRA)
Il RAID finì per spingere l’ammiraglio YAMAMOTO ad attaccare MIDWAY: per i giapponesi, respinti, fu l’inizio della FINE

IL RIPIEGAMENTO. Il più era fatto; ora bisognava filare via. Ritornati sul mare e fatto un mezzo giro a destra, i B-25 diressero verso la Cina. Gli aerei, tranne uno che aveva virato verso l’Urss atterrando poi a 65 km da Vladivostok, erano diretti al campo di Chu Chow a circa 150 km dalla costa. Ma chi doveva guidarli non dava segnali: non sapendo del decollo anticipato, i cinesi non avevano ancora predisposto né i radiofari previsti, né l’illuminazione. E i due aerei cinesi inviati poi in fretta sul posto furono abbattuti. I B-25, non più in formazione, erano ora abbandonati a loro stessi, su un territorio sconosciuto e senza riferimenti. Dopo 13 ore di volo e l’ultima goccia di carburante, ognuno andò incontro al suo destino: alcuni equipaggi, tra cui quello di Doolittle, si lanciarono col paracadute, altri ammararono, altri ancora atterrarono dove capitava.

CATTURATO Un pilota americano viene condotto via, forse alla sua esecuzione. I giapponesi dissero che nessuno degli aviatori catturati sarebbe stato giustiziato. E invece...

(CORBIS)

Degli 80 aviatori del raid, 3 persero la vita negli atterraggi o negli scontri, 8 furono catturati (tre di loro vennero fucilati e uno fatto morire di fame), gli altri, tra cui il comandante, scamparono alla morte e alla cattura grazie all’aiuto dei cinesi, che poi subirono dure rappresaglie. Doolittle, rimpatriato, nell’aprile 1942 fu promosso generale di brigata e decorato con la Medaglia d’Onore del Congresso. Grazie a lui e ai suoi uomini, il morale degli americani si era rafforzato e il Giappone era stato minato nella sua certezza di invincibilità: molte risorse aereo-navali furono richiamate per difenderne il territorio.