ESPLORALA MIA LIBRERIA
Focus Storia Wars

DOMINARE IL CAMPO

AL COMANDO Napoleone sulle alture di Borodino. Si sta giocando contro il generale Kutuzov l’esito della campagna di Russia nella battaglia della Moscova (7 settembre 1812). Dietro di lui, gli ufficiali del suo Stato maggiore e i granatieri della Guardia imperiale.

(HERITAGE IMAGES/GETTY IMAGES)

I principi tattici fondamentali seguiti nelle battaglie del periodo napoleonico non si discostavano di molto da quelli già in auge da secoli. Sin dall’antichità, infatti, una delle chiavi del successo è sempre stata l’esatta e precisa coordinazione delle varie componenti di un esercito sul campo, ognuna creata per assolvere compiti e funzioni diverse ma il cui insieme determina il potenziale di combattimento complessivo. Inoltre, ciò che era rimasto sostanzialmente immutato era il ruolo centrale rivestito dalla classica battaglia campale nello sviluppo delle operazioni militari terrestri: negli anni in cui Napoleone imperversò sull’intera Europa, infatti, esse continuavano a conoscere il loro culmine in precisi momenti nei quali la potenza bellica veniva sovente concentrata nel tempo e nello spazio.

CANNONI A MASSA. Secondo lo schema tattico seguito nel combattimento offensivo dall’esercito francese, una tipica battaglia napoleonica iniziava con il cannoneggiamento preliminare dell’artiglieria, concentrata e manovrata “a massa”. Molti reparti venivano spesso riuniti nelle cosiddette “grandes batteries” di cento e più pezzi: fu esattamente ciò che venne fatto, per esempio, a Eylau, Wagram, Borodino e Waterloo. Questa intensa azione di fuoco iniziale serviva ad ammorbidire ulteriormente quelli che erano stati identificati come i punti deboli dello schieramento avversario. Lo stesso Napoleone aveva iniziato la sua carriera militare come ufficiale di questa specialità ed era logico che riponesse in essa grande fiducia, fino ad affermare orgogliosamente che “le grandi battaglie si vincono con l’artiglieria” (v. a pag. 17).

Sotto la copertura di questa ouverture (“apertura”), che si materializzava con una vera e propria grandinata di palle di cannone, nugoli di voltigeurs (“volteggiatori”) della fanteria leggera avanzavano in ordine sparso precedendo il grosso delle altre formazioni; questi arrivavano a distanza utile per iniziare un tiro di fucileria di disturbo contro le unità avversarie, cercando di colpirne soprattutto gli ufficiali. Dopo questa fase preliminare, la cavalleria lanciava una serie di cariche che avevano lo scopo di neutralizzare quella nemica e costringere le unità di fanteria avversarie a cambiare formazione per passare a quella “in quadrato”. I quadrati di fanteria erano efficaci contro l’urto della cavalleria, ma avevano una potenza di fuoco inferiore rispetto alle altre formazioni; quindi, ridurre il fuoco dei difensori in previsione dell’attacco era esattamente lo scopo dell’intervento dei reparti montati. Nell’esecuzione di queste cariche l’elemento essenziale era l’accurata scelta del momento esatto per il loro inizio e lo stretto coordinamento tra le unità che vi partecipavano.

LA CHIAVE DELLE VITTORIE DI BONAPARTE ERA RIUSCIRE A CONCENTRARE LE SUE FORZE NEL MOMENTO E NEL PUNTO DECISIVO

SOTTO ATTACCO A Eylau (8 febbraio 1807), sotto il fuoco dei cannoni russi, Napoleone ordina la carica della cavalleria di Murat, la più imponente e la meglio riuscita.

(HERITAGE IMAGES/GETTY IMAGES)

I FANTI IN COLONNA. Dopo l’assalto della cavalleria, un attacco ben studiato prevedeva l’intervento decisivo delle formazioni in colonna della fanteria, che dovevano realizzare lo sfondamento vero e proprio ed entrare in azione subito dopo quelle di cavalleria – praticamente quando queste ultime avevano appena iniziato a ripiegare – in modo da non dare il tempo alle unità nemiche di riassumere la formazione in linea. In appoggio alle colonne di fanteria c’erano le batterie di artiglieria a cavallo, appositamente organizzate e dotate di pezzi leggeri in modo da risultare altamente mobili.

IL RITORNO DELLA CAVALLERIA. Quando si era riusciti a creare una breccia nello schieramento nemico, la fase di sfruttamento del successo e di inseguimento era affidata nuovamente ai cavalieri, che tornavano in scena lanciandosi in avanti per annientare le unità avversarie in ritirata, a quel punto logore e disorganizzate. Il più fulgido esempio di un’azione di questo tipo, conclusivo e determinante, da parte della cavalleria si ebbe nel 1806, all’indomani della battaglia di Jena, quando i francesi inseguirono con slancio implacabile l’esercito prussiano sconfitto – addirittura fin sulle rive del Mar Baltico – tanto da determinarne la virtuale distruzione. Riferendosi soprattutto a questo emblematico episodio, negli anni dell’esilio a Sant’Elena Napoleone sentenziò: “Senza la cavalleria le battaglie non hanno esito”.

Questa continua pressione offensiva, ottenuta con l’impiego sinergico e sincronizzato delle varie armi sul campo di battaglia, fu la chiave dei successi dell’esercito francese in molte battaglie. Furono probabilmente i britannici, sotto la guida di Wellington e dei suoi generali, a trovare il modo migliore per contrastare la micidiale e sofisticata potenza d’urto messa a punto da Bonaparte. Per minimizzare l’effetto del poderoso fuoco di preparazione dell’artiglieria francese, le unità inglesi venivano di norma disposte appoggiate ai rilievi e schierate “in contropendenza”, cioè sul versante opposto della cresta rispetto al nemico, oppure sfruttando qualsiasi altra copertura offerta dal terreno. Spesso solo l’artiglieria britannica rimaneva in vista e, quando la cavalleria francese lanciava il suo primo attacco, i serventi sparavano fino all’ultimo momento, poi abbandonavano momentaneamente i pezzi e si rifugiavano nei quadrati della fanteria, che nel frattempo si erano prontamente formati; nel momento in cui questa prima azione del nemico cessava, la cavalleria britannica, inizialmente disposta in posizione arretrata, si lanciava a sua volta all’attacco di quella francese in fase di ripiegamento; contemporaneamente, anche la fanteria leggera si portava in avanti, prendeva contatto con le colonne francesi avanzanti e cercava di logorarle e rallentarle, per dare il tempo alle unità amiche disposte in quadrato di riformare la linea.

L’IMPASSIBILITà BRITANNICA. La capacità dei fanti di Sua Maestà di attendere impassibili e in silenzio l’avvicinarsi degli attaccanti diventò leggendaria: era tale da provocare negli avversari un non trascurabile effetto psicologico; poi, quando i nemici erano giunti a distanza di tiro efficace, le linee di “giubbe rosse” inglesi iniziavano a rovesciare sulle forze avversarie una serie di scariche di fucileria che molto spesso risultavano devastanti. Subito dopo scattava il contrattacco alla baionetta, lanciato con tutto l’impeto trattenuto fino a quel momento. Questa fu la tattica usata dai britannici in Spagna, di frequente con ottimi risultati. E fu esattamente in questo modo che Wellington riuscì a resistere ai colpi tremendi che Napoleone gli sferrò per quasi tutta la durata della battaglia di Waterloo. Secondo molti analisti di storia militare, fu proprio questa la chiave della vittoria alleata che portò alla fine dell’epopea di Napoleone. d