ESPLORALA MIA LIBRERIA
Focus Storia

DOMANDE & RISPOSTE

Venti di guerra corazzieri francesi sfilano per le strade di Parigi diretti al fronte. Siamo nel 1914, la Prima guerra mondiale è appena scoppiata.

(GETTY IMAGES)

ARMI ED ESERCITI

FINO A QUANDO I SOLDATI HANNO COMBATTUTO CON L’ARMATURA?

Fino al 1914, anche se era ormai chiaro che le armature classiche, progettate per bloccare i colpi di lance e sciabole nei corpo a corpo, non riuscivano a proteggere i soldati contro i proiettili di moschetti e mitragliatrici. L’ultimo scontro di cavallerie corazzate risale infatti all’inizio della Prima guerra mondiale, quando migliaia di cuirassiers (corazzieri) francesi si scontrarono con la cavalleria tedesca. Entrambi indossavano elmo e corazza, anche se gli elaborati elmi di ottone francesi, di stile napoleonico, erano coperti da un panno mentre le scintillanti placche di acciaio che riparavano il corpo, per evitare di fornire un bersaglio ai cecchini, erano dipinte con colori cupi. La loro armatura offriva una protezione limitata, ma dal punto di vista psicologico aveva un valore positivo per chi la indossava. Solo poche settimane dopo l’inizio della guerra divenne chiaro che mitragliatrici e filo spinato avevano decretato la fine della cavalleria corazzata – che nell’Europa del XII sec. era considerata l’élite dell’esercito – e delle armature, che all’inizio del XV sec. coprivano i cavalieri dalla testa ai piedi. Daniele Venturoli

Domanda posta da Guido, Cagliari.

FENOMENI

Che cosa è stata la febbre del ballo?

Il quadro La danza di contadini di Pieter Brueghel il Giovane (1564-1638).

(ERICH LESSING/ALBUM/MONDADORI PORTFOLIO)

Una strana mania, conosciuta anche come “piaga del ballo” o “epidemia del ballo”. Tutto iniziò a luglio del 1518, quando una donna a Strasburgo danzò ininterrottamente per giorni in strada. Un’azione, all’apparenza innocua, emulata da molti, tanto che nel giro di una settimana i ballerini divennero un centinaio. Le autorità inizialmente pensarono di lasciar sfogare i cittadini e assoldarono anche dei musicisti. Purtroppo, dopo un po’ di tempo i più deboli morirono a causa di attacchi cardiaci, stenti e altro ancora. I giorni passarono e gli individui coinvolti arrivarono a circa 400, persi in un’attività che non riuscivano a controllare, fin quando lo sfinimento collettivo portò alla fine della vicenda. Sulle motivazioni di quanto avvenuto sono state avanzate diverse ipotesi, ma la più probabile riferisce di un possibile caso di isteria di massa, forse dovuto a un forte stress psicologico (era un periodo difficile a causa di epidemie e carestie). Emilio Vitaliano

Domanda posta da Giovanni, Siena.

CONQUISTE

Chi è stata la prima donna a prendere la patente in Italia?

(TONI SPAGONE/REALY EASY STAR)

La questione è dibattuta. Il primato è stato a lungo attribuito alla torinese Ernestina Prola, che nel 1907 ottenne una licenza per la conduzione di veicoli, rilasciata dalla Prefettura dopo una prova tecnica e una visita medica. Sembra che Ernestina abbia guidato a lungo, fino alla morte nel 1954: aveva allora 78 anni. Tuttavia, la prima donna a cui fu rilasciata la patente (chiamata a inizio Novecento “certificato di idoneità a condurre automobili con motore a scoppio”), e non una semplice licenza, fu la nobildonna siciliana Francesca Mirabile Mancusio, nel 1913 (foto). Nata nel  1893 a Caronia (Messina), a soli 16 anni ricevette in regalo dal padre un’automobile Isotta Fraschini, pagata ben 14.500 lire, una bella cifra per l’epoca. Nel suo diario personale, l’aristocratica signora raccontò lo stupore dei concittadini: era così strano vedere una donna al volante che l’accusarono persino di aver provocato una violenta grandinata! Indipendente e coraggiosa, Francesca guidò fino a tarda età; dopo la morte del marito, accompagnata da un’amica, iniziò a sfrecciare in auto per l’Europa. La patente di Francesca e la sua Isotta Fraschini sono oggi conservate al Museo dell’Automobile di Torino. Simone Zimbardi

Domanda posta da Alberto, Cuneo.

ALIMENTAZIONE

Quando è nata la farina?

La farina più antica mai rinvenuta risale a 32mila anni fa, molto prima dell’invenzione dell’agricoltura. Ed è stata trovata in Italia da un pool di studiosi di università ed enti toscani. Si tratta di una farina di avena rintracciata dentro i solchi di una macina nella Grotta di Paglicci (nella foto, a Rignano Garganico, Foggia). A conferma, un’altra macina di duemila anni più tardi e trovata in Toscana conteneva a sua volta tracce di farina di tifa, pianta palustre molto comune. Gli studiosi hanno esaminato i residui vegetali rimasti intrappolati dentro i solchi delle macine di pietra e hanno scoperto che già nel Paleolitico Superiore Homo sapiens conosceva le prime tecniche per la preparazione della farina da cereali e altre piante. Di conseguenza i nostri antenati (o più probabilmente le nostre antenate) raccoglievano, macinavano e cuocevano tali vegetali (i residui infatti fanno pensare che i chicchi prima di essere macinati venissero sottoposti a un trattamento col calore). Stando a quanto scoperto nel sito di Bilancino, nel Mugello, dove sono stati trovati una macina e un pestello con tracce di amido, i cereali dovevano essere avena in Puglia e tifa in Toscana. Aldo Bacci

(ENZO PAZIENZA/REALYEASYSTAR)

Domanda posta da Ginevra, Milano.