ESPLORALA MIA LIBRERIA
L'Officiel Hommes Italia

ARMIE HAMMER

Camicia di cotone, pantaloni di lana e papillon di seta Boss, occhiali da sole Persol
Tuxedo con giacca monopetto di lana, camicia di cotone e papillon di seta Boss, orologio IWC
Maglione di cashmere Burberry, jeans Tom Ford e orologio Rolex

«Sapevo bene cosa significava sentirsi escluso, incompreso, ma essere comunque in grado di proiettare un’aria di serenità e disinvoltura». Armie Hammer, attore che sembrava destinato agli action movies, parla con disarmante onestà del suo ruolo in una delle storie d’amore più acclamate degli ultimi tempi: “Chiamami col tuo nome”. Diretto da Luca Guadagnino, il film racconta di Oliver (Hammer), un dottorando americano che trascorre un’estate nelle campagne italiane, dove finisce per innamorarsi del figlio del padrone di casa, Elio (interpretato da Timothée Chalamet). O forse sarebbe più corretto dire che è Elio a innamorarsi di lui, quasi immediatamente, per poi trascorrere il resto del film a inseguirlo con la tenacia propria solo dei diciassette anni e del primo amore - entrambe condizioni a lui familiari. Il film di Guadagnino si sviluppa in un luogo allo stesso tempo languido e doloroso, nell’attesa fremente dell’inevitabile unione dei due protagonisti.

«È una copertura, ma che a me è parsa molto credibile», dice Hammer parlando della naturalezza che usa Oliver per prendere le distanze da ogni situazione (in particolare dai pranzi e dalle cene) con un disinvolto “ci vediamo”, che ha il potere di irritare e affascinare i suoi ospiti europei e il loro figlio. «Non so se dipende dal fatto che durante la mia vita mi sono spostato spesso; ho vissuto in molti posti, cambiando scuola quasi ogni anno… forse è per questo che mi ci rivedo così tanto nel personaggio di Oliver». Questo è il modo in cui Hammer si esprime oggi - magari è un po’ diverso rispetto a quando l’abbiamo conosciuto, ma probabilmente è più simile all’immagine che lui ha sempre avuto di se stesso. Durante questa intervista siamo seduti nel cortile dello Chateau Marmont: la migliore imitazione di una terrazza italiana a Los Angeles. Il volto di Armie è riconoscibile ma forse difficile da collocare: dopo il suo debutto in “The Social Network” del 2010 (in cui interpretava entrambi i gemelli Winklewoss) ha preso parte a film come “Operazione U.N.C.L.E.”, spy story sottovalutata e firmata Guy Ritchie, e “The Lone Ranger”. Nessuno di questi, tuttavia, è mai davvero decollato, un fatto di cui l’attore ha parlato in varie interviste con la sua solita autoironia. “Chiamami col tuo nome” sembra aver offerto ad Armie la prima occasione per cimentarsi con quel tipo di recitazione seria e impegnata per cui è evidentemente tagliato. Dal vivo, come nel film, Hammer è incredibilmente alto e affascinante (un gigante di oltre un metro e novanta) ma dà anche l’impressione di avere una vita interiore movimentata, piena di importanti letture e di tendenze introspettive. Basterebbe questo a renderlo la scelta perfetta per il ruolo di Oliver, che tradisce la sua paura di innamorarsi ballando goffamente e massaggiandosi continuamente il collo. Come è facile immaginare, quando Guadagnino gli ha spiegato il ruolo, Hammer si è un po’ spaventato ma non per le ragioni che si potrebbero pensare: «Non avevo paura di interpretare un personaggio gay i miei timori non avevano nulla a che vedere con questo», ride. «L’avevo già fatto diverse volte, almeno il cinquanta per cento dei ruoli che avevo interpretato erano stati di questo genere. E questo non mi crea e non mi ha mai creato nessun problema». A farlo esitare era stata, in realtà, la crudezza del film, la messa a nudo totale delle vite personali dei personaggi.

«Guadagnino mi ha detto che avremmo girato tutto con un solo obiettivo, quindi sarebbe stato come guardare la storia a occhio nudo», afferma, facendo una leggera smorfia. «E questo mi ha reso un po’ nervoso perché è decisamente scoraggiante per un attore sapere che non avrai nulla dietro cui nasconderti se qualcosa non funziona. Perché a quel punto il pubblico potrà decidere di non passare alla scena successiva insieme a te».

Il lavoro di Guadagnino indugia su quei momenti, come li descrive Hammer, in cui la comunicazione è affidata a uno sguardo o al tocco di una mano (sebbene non basti mai a dire tutto: “Chiamami col tuo nome” non esisterebbe se i personaggi fossero subito stati in grado di dire ciò che volevano). Entrambi i precedenti film del regista, “A Bigger Splash” e “Io sono l’Amore” hanno come protagonista l’attrice scozzese Tilda Swinton, professionista del dramma. “Chiamami col tuo nome”, invece, è quasi insopportabilmente naturale.

Il film proietta subito lo spettatore in un piccolo centro nei pressi di Crema in quell’estate del 1983: «Il punto cruciale del film», spiega Hammer, «è l’onestà emotiva tra i due protagonisti e la totale assenza di effetti: non ci sono scenografie imponenti; niente che spinga Elio e Oliver lontano dai loro autentici momenti a due ed è stato davvero snervante. Non avevo mai preso parte a un film così privo di barriere e crudo dal punto di vista emotivo». In una sorta di lungo corteggiamento, il regista ha poi evidentemente persuaso Hammer ad accettare il ruolo, convincendolo che «la paura e il desiderio sono fratelli, quasi gemelli, e normalmente fanno parte l’uno dell’altra. Se hai paura di una cosa, significa che in qualche modo vuoi farla», come spiega l’attore. Hammer ride, abbandonando per un momento quell’atteggiamento serioso. «È come quando soffri di vertigini: in un certo senso vuol dire che vuoi buttarti».

T-shirt di cotone Hanro, jeans Tom Ford e orologio Rolex
Camicia di cotone, pantaloni di lana e papillon di seta Boss, occhiali da sole Persol

A colpire nel film, tuttavia, è proprio il coraggio: Elio e Oliver si innamorano e questo ha chiaramente delle conseguenze anche se non accade nulla di spaventoso - una vera rarità per una storia d’amore omosessuale, specialmente se ambientata negli anni ottanta.

«Non c’è un antagonista e nessuno si ammala» fa notare Hammer prima di specificare che questo nasce da un chiaro desiderio del regista, come appare evidente da un episodio specifico: «C’è una scena in cui a Elio sanguina il naso e Oliver gli si avvicina per chiedergli come sta. La prima volta che l’abbiamo girata ho usato un tono particolarmente preoccupato». Continua Armie, «a quel punto Luca mi ha chiamato e mi ha chiesto perché stessi facendo la scena in quel modo. Ho spiegato che cronologicamente siamo nei primi anni ottanta, agli albori di un’epidemia. La gente aveva cominciato ad ammalarsi. Luca mi ha guardato e ha detto: “Uh, non ci avevo pensato. Falla in modo diverso”. Questo per dire che non c’era il minimo desiderio di inserire questo elemento nella storia». Sembra infatti che il momento più doloroso in assoluto sia avvenuto a cineprese spente, quando cioè i membri del cast hanno capito che la loro estate in Italia sarebbe dovuta giungere al termine. «Io e Luca abbiamo cominciato a litigare in modo davvero rabbioso», ricorda Hammer «e mi ci è voluto molto tempo per capire che questo dipendeva dal fatto che non volevo che tutto finisse». Evidentemente girare il film è stata un’esperienza cruciale per Hammer: «Sono stato abbastanza fortunato da avere avuto delle avventure estive, e sotto sotto-non so se fosse amore o solo un’enorme infatuazione, ma sono stato abbastanza fortunato da averle vissute», afferma, guardandomi fisso negli occhi, «ma questo film è come se le avesse eclissate tutte. È bastato trovarmi lì, con questa gente che è poi diventata la mia famiglia - per non parlare del fatto che lo stiamo promuovendo già da un anno… perché l’abbiamo presentato al Sundance». L’opera di Guadagnino è stata accolta con grande entusiasmo ed ha ottenuto la candidatura al Golden Globe e all’Oscar come “Miglior film”.

«È stato un viaggio», ha detto riguardo all’importanza di vincere o meno un premio. «Se me lo aveste chiesto una settimana prima dell’inizio della stagione dei premi avrei risposto assolutamente no. Il vero premio è aver fatto il film. Ma dopo un paio di mesi dalla candidatura la mia risposta era diventata: sì, dobbiamo vincere. Queste statuette ci spettano. Oggi però, come ne “l’Alchimista di Paulo Coelho”, sono tornato al punto di partenza, quando non sentivamo il bisogno di vincere un premio per sentirci ricompensati di tutto il lavoro».Dopo gli Oscar, l’odissea di “Chiamami col tuo nome” sarà davvero finita (a meno che il film non abbia un seguito, come ha suggerito Guadagnino). Non a caso, Hammer ha già preso parte a diversi progetti: uno di questi, “Hotel Mumbai”, è stato girato subito dopo il film di Guadagnino e racconta dell’attacco terroristico a Mumbai.

Un lavoro decisamente diverso che l’attore descrive come un vero shock. Nonostante la reazione entusiasta della critica a “Chiamami col tuo nome”, tuttavia, Armie afferma di non aver ancora ricevuto offerte per film diversi da quelli che gli sono sempre stati proposti. «Non so come rispondere», ha affermato quando gli ho chiesto l’effetto che questo film ha avuto sulla sua carriera. «Posso solo dirti cosa ho imparato dalle altre volte in cui ho vissuto esperienze simili», dice facendo un chiaro riferimento a “The Social Network” e a “Operazione U.N.C.L.E.”, «continuavo a ripetermi, ok, adesso le cose cambieranno. Ora sarà tutta un’altra storia, ma poi non succedeva niente». Hammer guarda con ottimismo al sentiero tortuoso che l’ha portato al suo primo, vero ruolo di attore: da ragazzo ha vissuto alle Isole Cayman dove suo nonno aveva fatto carriera nel petrolio. Come è facile immaginare, i suoi genitori non hanno fatto i salti di gioia quando Armie ha annunciato loro il desiderio di diventare un attore. Per superare lo shock iniziale, tuttavia, è bastato vedere quanto le sue intenzioni fossero serie e quanto Hammer fosse dedicato completamente alla sua arte.

A scuola gli è stato insegnato che per un attore i film d’autore come quello di Guadagnino rappresentano un vero traguardo, ed è per questo che oggi sostiene di sentirsi profondamente fortunato. «L’ho vissuta come una sfida che non vedevo l’ora di cogliere in qualità di artista», racconta. «Così se adesso qualcuno mi domanda cosa faccio, mi sento molto più a mio agio nel rispondere che sono un artista - voglio sfidare me stesso, voglio cercare continuamente nuovi stimoli».

Sebbene non riconosca più le Isole Cayman come la sua casa, la famiglia di Hammer sembra ancora uscita dalle pagine del Robinson svizzero. L’attore è sposato con la presentatrice e giornalista Elizabeth Chambers, con cui vive a Los Angeles: «È un essere umano incredibile e ha saputo gestire in modo eccellente gli alti e i bassi di questa situazione», afferma Armie per spiegare cosa deve aver significato per Chambers essere sposata con un attore - o, più nello specifico, essere sua moglie.

«Sono delle vere montagne russe, specialmente se fai un lavoro che consiste nel vivere emozioni. Come ha scritto Kurt Vonnegut, gli attori sono come i canarini nelle miniere di carbone: talmente sensibili da subire per primi le conseguenze di tutto».

Se la citazione di Vonnegut non fosse abbastanza chiara, Hammer è leggermente più tormentato di quanto il suo aspetto aitante potrebbe far pensare. «Elizabeth è incredibilmente empatica quando deve esserlo», si lascia andare a un grande sorriso, «e allo stesso tempo, se la situazione lo richiede, sa dirmi: “Falla finita, basta con queste stronzate: rimettiti in sesto”». L’altra relazione di Hammer, altrettanto profonda, è quella con il collega Timothée Chalamet, con il quale ha instaurato un rapporto fraterno di sincera fiducia, anche lontano dal set. «È uno dei pochi colleghi con cui parlo ancora costantemente», afferma Hammer. «È l’essere umano più cristallino che abbia mai conosciuto. Questa cosa potrebbe ritorcerglisi contro, lo so, ma è anche un dono meraviglioso che fa al mondo, perché ti permette di entrare nella sua vita, ed è proprio questo che rende possibile seguire il suo viaggio emotivo durante il film». Guadagnino ha saputo costruire questa dinamica chiedendo agli attori di arrivare in Italia tre settimane prima delle riprese per sottoporsi ad alcune ore di prove giornaliere: «Per il resto del tempo voleva che io e Timmy stessimo insieme. Ci diceva: “Voi due andate a farvi un giro in bici. Andate a prendervi un caffè”». Questo è ciò di cui le persone si innamorano quan-do guardano il film. E viene spontaneo chiedersi: quando è stata l’ultima volta che un’estate è durata così a lungo? Quando hai fatto l’ultima corsa in bicicletta? A quando risale il tuo primo amore? «Mi sentivo talmente al sicuro sul set - con Luca, Timmy, Michael, Amira, EsthereVictoireetutti gli altri attori», afferma Hammer, «che abbassare le difese sembrava l’unica scelta possibile». È meraviglioso che un film così delicato e vulnerabile sia stato accolto con tanto entusiasmo: «Voglio dire, in fondo - a voler essere volgari - abbiamo fatto un film in cui un tizio si scopa un’albicocca e poi un altro la mangia», racconta Hammer. «Quindi ho pensato, magari non andrà a vederlo nessuno. Il pubblico americano potrebbe non essere pronto ad accettarlo.

Camicia di cotone e papillon di seta Boss, occhiali da sole Persol
Camicia di cotone, jeans e cravatta di seta Boss, orologio Rolex

Grooming: KC Fee - The Wall Group.

Assistente fotografo: David Winthrop Hanson, Matthew Evangelisti.

Operatore digitale: Hesh Hipp.

Assistente stylist: Walker Hinerman.

Sarta: Susie Kourinian.

Produttore esecutivo: Micheal Scheideler - CXA.

Produzione: Anna Magriplis - CXA.

Location: Chateau Marmont

Ma non è andata così, perché la gente ama assistere alla celebrazione di un amore. E Luca, in tutto il suo genio, è stato in grado di prendere tutto questo e ridurlo alle più elementari emozioni umane, dove chiunque, indipendentemente da orientamento o identificazione, può riconoscere la prima volta che si è sentito in quel modo».

Sembra proprio che Hammer si senta ancora in questo modo, nei confronti del film. Ha poi continuato, sullo stesso argomento: «Come la prima volta che ci siamo infatuati di qualcuno o la prima volta che ci siamo aperti e resi vulnerabili per qualcuno, dicendo: “Io sono così, e tu sei tutto ciò che voglio”».

A parlare è Armie Hammer, l’artista. Quello che ha passato un’estate in Italia ed è tornato cambiato. «E chiunque può capire cosa significhi, a quel punto, sentirsi compresi e ricambiati». Per quelli che non vogliono abbandonare questa sensazione, c’è un audiolibro con la voce di Hammer – stavolta nel ruolo di Elio – che legge tutto il romanzo. È come ascoltare di nuovo l’intera storia: «Ogni volta che finivo di registrare mi veniva voglia di chiamare Timmy e Luca per dire: “Ragazzi, mi mancate. Parliamone un po’. Facciamo un passo indietro”». Se solo potesse portarci con sé.