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TALLINN, IL CANTO DI UNA NAZIONE

Vista della città vecchia con Toompea in primo piano

In alto il quartiere moderno Rotermann; nella pagina a fianco: in alto a destra il Palazzo del Kadriorg; in basso a sinistra scena di vita quotidiana nel quartiere di Kalamaja; in basso a destra un edificio moderno a Telliskivi

A LL’ALBA DEL 24 FEBBRAIO il tricolore nazionale lipp (bianco, nero, blu) è stato issato sul palazzo del Governatore a Toompea, la collina al centro del centro di Tallinn. Come la prima volta, un secolo più un anno fa: centouno rituali patriottici da allora, tanti quanti i membri nell’unica camera del Riigikogu, il vicino parlamento della repubblica baltica. Quel dì il sole sorge poco prima delle sette e tramonta dieci ore più tardi: niente almanacchi, né epos in quest’incursione nella capitale. Piuttosto una linfa-guida di scoperta altrettanto identitaria, però più radicata e potente, impalpabile eppure immanente: l’eesti keel, idioma nazionale. S’attorciglia su sfilze di dieresi e tildi, squaderna dittonghi (se ne possono creare trentasei con le nove vocali dell’alfabeto) spettinando la sintassi. S’adagia, suo malgrado, sullo stereotipo che dipinge quel popolo come taciturno e dagli slanci emotivi centripeti, se si ci si limita a misurare solo decibel e hertz, cenni, pause e gesti. Si ribalta tuttavia nell’espressività delle due forme più nobili: una intima e personale (la lettura), una corale (il canto). E le sublima entrambe nelle arti figurate. Scopriamo allora la città in cui vive un estone su tre, tracciando un portolano di segni metropolitani, partitura per ugole e pupille. Sottovoce e dunque (sì, dunque) stentorea. Prende le mosse dai motivi sommessi e commossi che accompagnano l’alzabandiera e muove verso Lauluväljak, l’enorme conchiglia di cemento per le adunate canore: si tengono ogni cinque anni, la prossima è in calendario per luglio. Sgranchiamoci dunque gambe, sinapsi e corde vocali – allitterando di via in via, una “k” dopo l’altra – partendo dal belvedere di Kohtuotsa per scendere a Komandandi tee (la strada del comandante) e Kiek in de Kök. É una torre alta il doppio di Toompea, sta lì dalla fine del Quattrocento a presidiare la memoria di una cinta muraria arcidifesa: un poligono di due chilometri e mezzo, quaranta baluardi (ne resta in piedi un dozzina) tra baia ed entroterra. La denominazione di questo cilindro dalla copertura aguzza può essere tradotta con “sbircia nella cucina”. Costituiva un punto di osservazione privilegiato, certo. Ma quel soprannome era figurato od esplicito? Si vedevano i fornelli delle baracche intorno?

Un portolano di segni metropolitani, partitura per ugole e pupille. Sottovoce e stentorea

Restiamo col dubbio e regaliamoci un altro sguardo, nel Katariina käik (passaggio di santa Caterina): quintessenza dell’oleografia cittadina – impeccabile e tirata a lucido, come tutta la città vecchia (patrimonio dell’umanità Unesco da oltre vent’anni) – omaggia la devozione di una chiesa che non è più ed ospita gli atelier di una corporazione di artigiane. Alla zarina Katarina I è invece dedicato il Kadriorg. Sono passati tre secoli esatti da quando i lavori voluti dal consorte Pietro il Grande iniziarono a dar forma al maxi-giardino che oggi sciorina un campionario d’opulenza barocca – il meglio della grandeur russa che fu e che sopravvive (ingessata ma reale) – nell’alveo germanico in cui Tallinn s’è innervata di cultura livonica. Serbandone affetti, afflati e affinità.

In alto a sinistra: le case di legno di Kalalaja, non lontano dai moli del porto; sopra una veduta dall’alto del poligono delle mura medievali che racchiude il centro storico

La Russia-bis, quella sovietica, s’è imposta qui nel secolo breve per metà della sua durata. Restiamo nella “valle di Caterina” per altre tre “k” (più una) a scandire il percorso dentro al parco. Il monumento a Friedrich Kreutzwald (l’autore della saga nazionale Kalevipoeg) lo ritrae seduto ed assorto, in quello dello scultore Jaan Koort è la vitalità che racconta di sé a se stessa (con martello in una mano e scalpello nell’altra). Il pezzo forte è lì vicino e si merita la “K” maiuscola come le altre tre lettere che compongono KUMU: Kunstimuuseum (museo d’arte), uno scrigno ad alta densità di capolavori dal XVIII secolo e testimonianze creative contemporanee. Imprescindibile. Il quartiere di Kalamaja fa da cerniera fisica, storica, sociale. Unisce diverse Tallinn, separandone le traiettorie per fondere ciò che resta dei rispettivi lembi. Distinte ma non distanti: il centro storico da cartolina, il porto commerciale dell’altroieri, le banchine militari di ieri ed i moli di oggi, l’ex zona off-limits che rispondeva solo a Mosca, l’enclave hipster di Telliskivi. A tenere insieme l’amalgama ci pensa, qui come in buona parte d’Europa, il caos calmo della gentrificazione. Senza tuttavia derive di omologazione, né assecondando standard appiattiti. Le antiche residenze della borghesia marinara mantengono la propria aura in equilibrio tra nostalgia, filologia e recupero.

Kalamaja fa da cerniera fisica, storica sociale. Unisce, separandone le traiettorie per fondere ciò che resta dei rispettivi lembi, diverse Tallinn

Potrebbe essere adesso la volta della “e” per chiudere questa sinfonia in K e continuare: raddoppia in “ee” nel suffisso nazionale internet, s’antepone a molti vocaboli in uno dei paesi più connessi al mondo: e-Stonia, ammiccano in molti. Torniamo però alla parola. Scritta, sentita e scandita. E spostiamoci finalmente al Lauluväljak. È qui che trent’anni fa la voce di protesta contro il Cremlino s’è fatta massiccia, letteralmente: il folk non era in quei giorni solo un genere musicale ma un riferimento di popolo, appunto. D’inverno ci si va a passeggiare tra bambini che sfrecciano su slittini sotto lo sguardo (di metallo ma paterno) del compositore Gustav Ernesaks, ora a godersi le ore crescenti di non-buio. E quest’estate per il Laulupidu, la tre giorni del Festival della Canzone. A metà marzo, venti giorni dopo la festa dell’indipendenza, l’Estonia ha celebrato la Giornata della Lingua Madre, facendola coincidere col compleanno del poeta Kristjan Jaak Peterson.

In alto a sinistra il KUMU

KUMU: Kunstimuuseum (museo d’arte), uno scrigno ad alta densità di capolavori dal XVIII secolo e testimonianze creative contemporanee

Sono passati due secoli - anno più, lemma meno – da quando pubblicò le sue invettive liriche ed illuminate. Otto invece, tondi tondi, quelli dalla battaglia contro i danesi (una sconfitta che brucia ma unisce), mentre uno solo è trascorso dalla pubblicazione del primo dizionario ufficiale estone. La quota di russofoni s’attesta oggi su un quarto della popolazione, con picchi più alti proprio a Tallinn e vicino al confine. Quella “madre” non è dunque unicamente appiglio emotivo, orizzonte retorico e strumentale. Riverbera anche il quotidiano ancestrale, l’ipermoderno e tutto quello che c’è in mezzo: in quale altra lingua si dice normaalne per indicare qualcosa di ordinario e di eccezionale? Vale anche per il sentimento religioso nel paese europeo in cui la fede cristiana s’è radicata con più lentezza e meno profondità? Sì, forse. Dipende. Con dei controesempi d’eccezione: le kirik (chiese) di san Nicola e santa Maria Vergine, per esempio. Commissionate dai settori più influenti della nobiltà e della borghesia mercantile germanica, custodiscono due opere mirabili – l’affresco la danza macabra di Bernt Notke ed il pulpito di Christian Ackermann, rispettivamente – e parecchie testimonianze di una devozione corporativa e coesa. Idem per quelle di matrice scandinava sant’Olav, san Michele. E santa Brigida, nel bel quartiere Pirita: dell’originale klooster (chiostro) quattrocentesco rimane poco, vale però la pena andarci per la visita alle rovine e al nuovo centro di culto che da vent’anni ospita una piccola comunità di suore dell’ordine svedese.

l’esterno della Telliskivi Creative City

in basso una scena del mercato Balti Jaam

Ammainiamo allora il vessillo con cui questo viaggio è iniziato, un’ultima “k” per un giro virtuale su una kiiking – le bizzarre altalene giganti con cui gli estoni ribaltano prospettive, geometrie e geografia – prima che il tramonto ceda il passo alla notte. Che in estone si scrive öö: segno o sogno? fEdERIcO gEREMEI, per anni travel writer freelance ed ora alla guida del magazine, è stato autore e producer di documentari. E, prima ancora, un demografo (con la valigia sempre pronta)

FOTO: COURTESY OF TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAUPAGINA A FRONTE: ANDREA FORLANI; COURTESY OF TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAU (2). FOTO: COURTESY OF MARET PÕLDVEER-TURAY/TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAU;MARK HARRISON/TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAU; ANDREA FORLANIPAGINA A FRONTE; ANDREA FORLANI. FOTO: COURTESY OF MARKO LEPPIK / TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAU; RASMUS JURKATAM /ENTERPRISE ESTONIA; KADI-LIIS KOPPEL / TALLINN CITY TOURIST OFFICE & CONVENTION BUREAU