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LA MIA RISATA VI FARÀ PIANGERE

IL VOLTO DEL DISAGIO

Joaquin Phoenix, 44 anni, è il protagonista di Joker, di Todd Phillips, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film arriverà nelle sale italiane a ottobre.

(Courtesy of Warner Bros.)

È stato Gesù Cristo in Maria Maddalena di Garth Davis (2018), è il Joker nell’omonimo film di Todd Phillips, uno fra i titoli più attesi tra le pellicole in concorso a Venezia. Le due interpretazioni di Joaquin Phoenix non potrebbero sembrare più distanti, ma si tratta di sola apparenza. «Ho interpretato il secondo come se fosse stato il primo, come se si fosse trattato di Gesù», confida l’attore 44enne. Se i benpensanti storcono il naso è solo perché non hanno ancora visto il film di Phillips, che racconta un Joker diverso dalla schiera dei suoi illustri predecessori: Cesar Romero nella serie televisiva degli anni Sessanta Batman, Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton del 1989, Heath Ledger nel Cavaliere oscuro di Christopher Nolan del 2008, Jared Leto nel più recente Suicide Squad del 2016. Della cattiveria sadica dei fumetti non c’è traccia. Ci sono molta sofferenza e una violenza scatenata dalla rabbia, una sorta di ribellione ai torti subiti.

Il personaggio di Phoenix è umano e fragile. È Arthur Fleck prima di essere il Joker, attore comico di scarsissimo successo, figlio di una donna malata e bisognosa, uomo preso a calci dalla vita, psicolabile abbandonato dai servizi sociali. «E pensare che adoro ridere più di qualsiasi altra cosa. Non è mia ambizione battermi il petto e piangere per guadagnarmi da vivere».

Vorremmo però rassicurare i lettori. Qualche mese dopo aver finito di cimentarsi nel ruolo di un personaggio tanto tormentato, Phoenix è tornato in forma e felice. Ha guadagnato il peso perso durante l’estenuante dieta a cui si era sottoposto per la parte e sorride rilassato mentre beve limonata da un barattolo per la marmellata. «Per mesi non ho avuto vita sociale. Come fai a uscire con gli amici quando devi nutrirti con una fottuta foglia d’insalata?».

Arthur Fleck è magrissimo, curvo su se stesso, il corpo emaciato e pieno di lividi, lo spirito oppresso da una risata incontrollabile che definisce «un disturbo». Porta in tasca un biglietto che porge a chi si offende per il suo ghigno inopportuno: «Soffro di un disturbo… non abbiatevene a male». «È stata una delle prime idee di Todd. Voleva una risata tormentata e involontaria, non sintomo di gioia ma, al contrario, di dolore e sofferenza fisica». E a patire per primo è stato il regista, quando Phoenix gli ha imposto una prolungata prova di quella performance: «L’ho invitato a casa mia. Non ero sicuro. Volevo fargli sentire come avrei riso. Si è seduto sul divano e io mi sono piazzato davanti a lui. Mi ci sono voluti vari minuti e diversi tentativi prima di trovare quello che mi sembrava il giusto modo di ridere. Immaginate la scena: lui sul divano, a casa di un tizio che, per un periodo piuttosto lungo, tenta di produrre una innaturale risata. Dopo un po’ ho realizzato: l’imbarazzo nei suoi occhi era straordinario. Mi stava implorando di smettere».

In Arthur Fleck io ci vedo il disagio, risultato di prolungati traumi familiari e sociali, e un sistema sanitario che non sa come affrontarlo

La casa di Phoenix è sulle colline di Hollywood. Da circa un anno ci vive insieme con la fidanzata Rooney Mara, di dieci anni più giovane. Si sono incontrati nel 2017 sul set di Maria Maddalena, e solo poco più di un mese fa hanno annunciato il fidanzamento ufficiale, ma la soddisfazione che danno a fan e fotografi è ridotta ai minimi termini. La coppia è una delle più riservate di Hollywood: si vedono poco in giro, se non per portare a spasso il cane. Sul divano dove Phillips ha vissuto il suo momento di imbarazzo, di solito guardano le serie di Netflix. Su suggerimento della fidanzata, l’attore ha appena finito la crime-docuserie successo del 2018 The Staircase.

Phoenix va a dormire presto e si sveglia all’alba. Non legge fumetti: «Mai letti, quindi non è che conoscessi così bene il Joker, e non l’ho studiato neppure dopo aver ottenuto la parte. Lui è emerso durante il film, è nato da Arthur Fleck. È dentro di lui sin dall’inizio, ed esce fuori pian piano, attraverso il movimento, una strana danza». La scena della danza sulle scale è nel trailer ed è già iconica. «L’idea della sua metamorfosi attraverso il ballo m’intrigava. Mi hanno assegnato un coreografo. All’inizio pensavo che non mi sarebbe servito a niente, invece è stato utile. Mi ha mostrato alcuni video su YouTube. Ce n’è stato uno in particolare – di Ray Bolger che balla sulla canzone The Old Soft Shoe – che mi ha ispirato: non era tanto la danza, quanto il suo atteggiamento, una certa arroganza che aveva e che ho fatto mia».

Phoenix non lo voleva fare questo film, forse intimorito dai tanti illustri predecessori. «Appena me l’hanno proposto ho detto di no. Poi ho cambiato idea, ma ero spaventato. Lo ero anche quando per la prima volta nel film è emerso il Joker. Poi tutto è diventato più facile, ho cominciato a provare compassione per lui». Il film è anche l’occasione per parlare di malattia mentale e del carente sistema di protezione sociale e sanitaria esistente in un Paese progredito ma pieno di contraddizioni come gli Stati Uniti. Joker infatti è il risultato della pazzia di Arthur Fleck e il rischio era quello di alimentare i pregiudizi sulla malattia mentale. «In Arthur, più che una patologia, io ci vedo il disagio, che è il risultato di prolungati traumi, familiari e sociali, e ci vedo pure un mondo e una realtà sanitaria che non sanno come comunicare e come affrontare questi disagi e allora prescrivono medicine».

Phoenix è sempre stato un attore politicamente impegnato. Nel 2016 ha contribuito alla campagna elettorale di Bernie Sanders, uno dei paladini della necessità di una riforma sanitaria negli Stati Uniti. «Mi piace che questo film faccia pensare, che sfidi il pubblico a ragionare di politica e società. Credo che siano pensieri differenti per ognuno di noi, ognuno si relazionerà al protagonista in maniera diversa».

Chi si aspettava il classico film tratto da un fumetto potrebbe restare deluso, ma l’idea del regista era proprio quella di dare profondità a un titolo da fumetto. «Spesso nei film si tende a semplificare, ma questa volta non è successo. Non ci sono risposte facili alle domande che ci si pone vedendo soffrire Arthur, e non c’è solo un modo di guardare questo film. Persino sul set era così. Quello che accadeva era che tutti avevano opinioni diverse sulle motivazioni del Joker».

Fragili o spietati, i clown al cinema sono comunque protagonisti, con il film di Todd e It - Capitolo due, appena arrivato nelle sale in Italia (vedi a pag.88). «Mi piace l’idea di Todd, il fatto che il look di Arthur rispecchi quello del suo lavoro di clown. A me non fanno particolarmente ridere e non mi inquietano. In realtà non ho mai avuto troppo a che fare con i clown… No, non è vero, sto dicendo una bugia: ora che mi viene in mente ho una foto da bambino vestito da pagliaccio, l’avevo completamente rimosso». Quando si dice il destino.

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