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Vogue Italia

RICCARDO TISCI

Riccardo: felpa a righe con zip. Irina: Mini abito in raso di seta con tulle e piume di struzzo; borsa “Lola” in pelle e paillettes, Juno: completo con giacca monopetto in twill di lana, camicia e cravatta. Tutto BURBERRY. Talents: Irina Shayk @ Elite Paris, Noha Landes @ Img, Juno Karaga. Hair Melissa Lepeyre @ Bryantartists. Make-up Karin Westerlund @ Artlistparis. Special effect François Jaillans. On set Hotel Production. Location Hotel Ritz. Local casting on set Christopher Landais. Fashion editor on set Francesca Ragazzi.

«Sai che mi hanno dato del non italiano perché ero troppo dark e mostravo delle donne troppo forti?». Riccardo Tisci sospira, più divertito che infastidito dall’idea. Lui, radici pugliesi, infanzia a Como – dove torna regolarmente per festeggiare il Natale in famiglia –, suona quella nota di italianità che sa farsi ascoltare dal mondo. Dopo aver trasformato la maison Givenchy e rimesso in discussione il concetto di couture, introducendo per primo dei forti elementi street nelle sue collezioni, ha mollato tutto. «Ero stanco, lavoravo da 27 anni! Ho una sola vita: avevo bisogno di staccare». Ha viaggiato, meditato, si è dedicato alla famiglia e agli amici, ha diretto un indimenticabile party per Vogue Italia (nel settembre 2017), senza stare attaccato al telefono in attesa di una nuova proposta. Il telefono ha squillato comunque, Marco Gobbetti, l’AD di Burberry, l’ha voluto al suo fianco per iniettare una dose di genio creativo italiano nel brand che più British non si può. Così è cominciata la nuova avventura: «Volevo capire l’uomo Thomas Burberry e scopro questo personaggio che, durante l’epoca vittoriana, costruisce un brand rappresentato da un cavaliere forte su un cavallo massiccio, ma poi nella sfera privata, per la sua famiglia sceglie un unicorno, riprodotto sui piatti, le posate, le tazze da tè. Questo romanticismo mi parla, scavando nel suo passato ho trovato delle affinità con il mio presente».

Solare e cordiale, ma timido, Tisci rilascia raramente interviste. Per Vogue Italia fa un’eccezione, con una lunga chiacchierata in esclusiva e le immagini pubblicate in queste pagine, piene di riferimenti al suo universo. In copertina (la prima che questo magazine dedica a Burberry), una felpa stampa graffiti – dalla pre-collezione 2020 – i cui motivi sono la riproduzione delle scritte sul muro dello store di Bond Street, che Tisci ha fatto fotografare e poi stampare sul tessuto.

Ci racconta la storia dei graffiti sul muro finiti sul trench?

Sono arrivato da Burberry dopo un sabbatico di più di un anno ed era come se durante la mia assenza il mondo fosse cambiato, tutto era più frenetico, più veloce... Mi è venuto spontaneo – quando ho fatto ristrutturare la boutique – lasciare un grande muro bianco e dei pennarelli: dare a tutti la possibilità di esprimersi in un momento così particolare della Storia.

Bell’anacronismo sostituire i tweet con dei messaggi sui muri.

Sì, faceva strano che al tempo di internet proponessi di tornare ai graffiti... E invece in poche settimane sono comparse cose incredibili, positive e negative, romantiche, malinconiche, e politiche: tanto Brexit. Soprattutto emergeva il senso di soffocamento delle nuove generazioni. Anzi, non solo il loro, ma di tutte le età.

E lei cosa ha scritto?

“Happy to B here”. Questo è stato il punto di partenza. Poi quelle scritte sono diventate l’ispirazione per una capsule, che simbolizza non solo il mio arrivo in Inghilterra ma il momento che il paese, il mondo e i giovani in particolare stanno vivendo.

Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino, cosa ricorda di quel momento?

Avevo 15 anni e l’ho vissuto a distanza, attraverso qualche immagine, qualche articolo, sentendone parlare. L’ho vissuto come il simbolo di una libertà conquistata. Quell’evento mi ha dato la forza di buttare giù i miei di muri.

Quali, in particolare?

Eravamo una famiglia pugliese povera, una vedova con nove figli a carico a Como negli anni 80: di muri ce n’erano, eccome! Ricordo bene come mia madre e le mie otto sorelle tutti i giorni si armassero contro i pregiudizi di una società non troppo aperta. Io, già a 8 anni, d’estate aiutavo gli zii, poi a partire dai 13 lavoravo e studiavo... quanti muri avevo!

Il fauno nelle pagine del nostro servizio rimanda alla sua infanzia?

Sì, è il fratello che non ho avuto, il papà morto troppo presto, è l’aver lottato per studiare, le privazioni, non poter uscire con gli amici né giocare a un video game perché non avevo soldi... Ricordo che ascoltavo tanta musica, ero ossessionato dai Cure, e immaginavo un fauno, questa creatura scoperta a scuola nei libri d’arte: incarnava la figura maschile che mi mancava, il fratello/amico che poteva tenermi compagnia.

Un ruolo assunto poi da Marco Gobbetti.

Gobbetti è il papà che non ho mai avuto, la persona di quel calibro che ha creduto in me: un giovane sconosciuto che faceva delle sfilate pazze a Milano, che parlava languido e gotico quando tutto era glamour, paillettes, pellicce-piume-diamanti. Il nostro sodalizio è durato solo tre anni perché, dopo avermi fatto entrare da Givenchy, lui è andato da Céline, e oggi Burberry. Quando Marco mi ha chiamato sapevo di potermi sentire subito a casa, e che Burberry era la cosa giusta per me: non era una maison couture – avevo già trascorso 13 anni da Givenchy – né un marchio da rilanciare. Burberry è il lifestyle! Ecco cosa mi ha convinto: è un’azienda quotata in Borsa, diretta da una persona che mi fa sentire a casa, ed è un marchio che rappresenta e parla a tutto un paese, portato dai bambini, offerto come regalo di maturità, indossato dalla regina e dai punk.

Due italiani alla testa di un brand British: curioso, no?

Oggi, come abbiamo buttato giù il muro di Berlino, anche i muri delle nazionalità sono caduti: parlare di nazionalità non ha più senso, da Burberry avrebbero potuto esserci due cinesi, o un francese con un nigeriano... È la bellezza dei piccoli pezzi di muro che abbiamo buttato giù: mi piace il fatto di essere italiani che però partecipano alla britishness.

E cos’è la britishness?

È allure! Un modo di essere, di vivere, di portare cose ben precise. L’Inghilterra è l’unico posto dove la monarchia – sinonimo di aristocrazia e lusso – convive con ribelli, punk, skinhead... solo gli inglesi riescono a mettere insieme degli stampati improbabili, a mescolare i wellington con l’abito di cristalli, è tutta allure. E non dimentichiamo che sono forse i più grandi viaggiatori della storia, e in ogni viaggio hanno assorbito le influenze, collezionato e poi mescolato le culture. Ecco la mia bibbia di tutti i giorni: non sono inglese, sono fie ro di essere italiano, e il mio obiettivo è capire l’essenza e la cultura di una nazione, fare la britishness con l’occhio di un europeo, ma soprattutto una britishness che non sta in Gran Bretagna ma viaggia, perché oggi il successo di un’azienda – e della società tout court – è l’apertura mentale, che guarda al futuro: ecco perché è stata una mossa geniale mettere due italiani alla testa del brand più British del mondo!

Per riuscire, un italiano deve cercare il successo fuori casa?

No, oggi non più! Quando ho cominciato, è vero, c’era ancora molta esterofilia, ma negli ultimi 10 anni le cose sono cambiate, i giovani possono esprimersi. Ricordo che quando all’epoca chiesi una borsa di studio, neanche risposero! Oggi, invece, le aziende, gli stylist, i designer, i media sono presenti, con la voglia di aiutare. Per avere successo, un italiano deve avere una personalità forte, ma oggi è più facile. In più, i giovani hanno una platform immensa per esprimersi, ma non bisogna perdersi... però questo vale per tutti, non solo in Italia.

Ovvero?

Il problema del nostro tempo è che i giovani pensano solo in termini di fast: fast food, fast fashion, fast sex, fast success, tutto fast! Arrivano e vogliono essere il nuovo Tisci o Slimane o Ghesquière. Ai miei tempi al minimo errore ti massacravano, oggi non solo copiano il vestito ma proprio il mood del brand! E dicono geniale!

Come vede i social in questo contesto?

Giacca di lana grain de poudre con dettaglio frontale e pantaloni sartoriali.

Miniabito in jersey di seta con strascico in piume di struzzo. Abito corsetto in rete e raso di seta; sandali di pelle metallizzata.

I social hanno rivoluzionato il paesaggio, ma i successi sono anche così brevi: molti emergono ma non lasciano segno, non scrivono veri capitoli della moda. Che tristezza non approfittare dell’opportunità geniale di creare, di essere originale e dare il meglio di te stesso. Le mie collezioni uscivano da me: oggi invece vedi un vestito su una celebrity e lo copi pensando che puoi venderlo. Magari funziona, ma dura molto poco. Non vedo nuovi Helmut Lang, Margiela, Alaïa... ma solo riproduzioni che scompaiono rapidamente. Sono timido, e non parlo in pubblico, ma mi piacerebbe avere la forza di rivolgermi ai giovani e raccontare la mia esperienza, spronarli a non cadere in questa trappola.

Internet non è un amico?

Internet ha distrutto le emozioni: crei un’immagine sullo schermo, poi spegni il telefono e sei da solo, la persona più sola sulla Terra... Ma si arriverà a un punto di saturazione e poi esploderà tutto: il futuro, vedrai, è l’emozione! Il lusso è la semplicità, la verità; i giovani che consumano oggi vogliono onestà, ma questo internet non te lo dà.

In tema di onestà, lei è stato tra i primi a parlare di inclusività, di espressione e affermazione di sé.

Pur crescendo con una mamma fantastica, mi sentivo escluso, e stavo dalla parte degli esclusi. Il successo è arrivato rapido e inaspettato, ma non dimentico da dove vengo, e proprio perché ce l’ho fatta voglio aiutare gli altri. Così, pian piano, ho affidato i miei messaggi a vestiti da sogno. Quando feci sfilare tutte modelle nere mi massacrarono, ma per me era normale! Sono persone come me. Poi Lea T, Future Feminism di Antony and the Johnsons nel suo momento di transizione, le collaborazioni con Marina Abramovic. Sono tutti messaggi importanti. C’è ancora tanto da fare, ma stiamo andando avanti e ne sono felice.

La moda è ancora messaggio?

Se è sinomino di altruismo sì. Se, invece, è un mezzo egoistico solo per far soldi allora no. Ho 2,5 milioni di follower, con i quali comunico. Se usiamo questi strumenti in modo intelligente e umano, se parliamo di speranza quando parliamo ai giovani, ci rivolgiamo al futuro.

Però questa libertà di parlare a tutti è a doppio taglio, basta un nulla per offendere qualcuno.

In questo momento siamo tutti fragili perciò ogni messaggio può essere mal interpretato. Stiamo attraversando un momento della storia molto delicato: tutti hanno paura. Stiamo soffrendo come non mai, tutto è pericolante: la natura, la società, la sessualità, il colore della pelle... Quindi i giovani sono molto aware di cosa accade, e hanno paura. Non solo loro in realtà: tutti sembrano temere il futuro.

Ma lei è un ottimista.

Eccome! Sempre, anche quando mi dipingono come il re del dark e del buio, io rimango positivo sul futuro.

Un ottimismo che traspare nelle sue collezioni molto inclusive: pizzo e street, tailoring ed eccentricità.

Inclusive perché penso alla regina e ai punk. Perché Burberry comunica in modo assolutamente geniale. Perché imporre uno stile? L’importante è includere, dalla persona classica al bad boy o bad girl. L’inclusività va oltre sesso, etnia, colore della pelle. Io ho partecipato a questo cambiamento. La moda è inclusione: vestire la signora borghese, il ragazzino di Harlem che può permettersi solo jeans & T-shirt, la working lady, l’uomo casual. Ecco la nuova inclusività, nessuno, giovane o meno, vuole più che gli si detti cosa mettere o come portarlo.

Adesso che tutti la copiano mettendo l’elemento street nelle loro collezioni, lei dove va?

Svolto bourgeois! (ride). Per la prima sfilata Burberry ho parlato del millennial sofisticato ed elegante. È buffo: i giornalisti erano perplessi, scrivevano “bourgeois?” con un punto di domanda. E, guarda caso, oggi è un trend! In un momento così si ha bisogno di abiti che ti fan stare bene, di relazionarsi al mondo, ma con eleganza. Design e qualità sono il mio obiettivo, e lo si è visto: nei materiali, nei dettagli, nei tagli. Niente choc tanto chic... Con estro, of course! ___________

Riccardo Tisci (Taranto, 1974) si è diplomato al Central Saint Martins di Londra e ha presentato la propria collezione A/I 2004-2005 a Milano. Dal 2005 al 2017 è stato direttore creativo di Givenchy, dal 2018 è alla guida di Burberry.