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Vanity Fair Italia

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10 - Marzo 2020

Vanity Fair è una vetrina infinita per i tuoi interessi che ogni settimana ti appassiona, ti diverte e ti informa su tutto quello che ti piace: avvenimenti e personaggi che contano, moda, bellezza, benessere, musica, libri, arte, cinema.

Paese:
Italy
Lingua:
Italian
Editore:
Edizioni Condé Nast S.p.A.
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25 Numeri

In questo numero

1 minuti
il coraggio di sognare

Non abbiate paura di avere coraggio. È il messaggio che vogliamo darvi con questo numero di Vanity Fair. La scorsa settimana abbiamo abbassato i toni, scelto le fotografie meno apocalittiche, provato a raccontarvi il mondo e l’emergenza virus oltre gli allarmismi e sempre senza titoli a effetto. Oggi proviamo ancora di più: presentarvi una compagine di artisti, firme e storie che non si rassegnano alla paura ma che continuano a sognare, a sperare, a vivere anche in un contesto critico. E se tutti diventano virologi e molta politica dà il peggio di sé cavalcando razzismi o facendo scivoloni, la storia insegna che, di fronte alle epidemie, contano la razionalità, la fiducia nella medicina e la solidarietà. Fate, quindi, un passo indietro. Ascoltate invece di pretendere di sapere tutto. E tornate a sognare. Soprattutto, non…

1 minuti
mi avete scritto che…

Dopo una faticosa domenica (il trasloco tanto atteso inizia a prendere forma, 12 scatoloni fatti e trasportati altrove, ricordi che affiorano e tra un mese qualcuno abiterà qui dove sono nati i miei figli), finalmente sono a letto, ma non ho sonno. Prendo il telefono, aggiorno la lista dei libri letti nel 2020: Tre piani, La vita bugiarda degli adulti, Il diario di Anna Frank, letto insieme a mio figlio perché ad aprile, coronavirus o no, noi andremo ad Amsterdam (spero!!!). Prima di decidere cosa leggere, devo recuperare i Vanity Fair arretrati, sono 3! Apro il numero 6 e inizio dalla pagina di Eshkol Nevo. Vi scrivo per dirvi GRAZIE GIUSY D’AGOSTO…

7 minuti
luna di miele

CAPITOLO 4 Riassunto dei capitoli precedenti Ronen Amir, turista israeliano di 29 anni, è rimasto ucciso sulla Strada della morte in Bolivia mentre era in luna di miele. La sua vedova, Maya Amir, è in lutto. Quando Omri, un giovane divorziato che li ha incontrati durante il viaggio, arriva a porgerle le sue condoglianze, Maya lo ignora, ma un attimo prima che lui se ne vada gli infila in mano un foglietto su cui è scritto: prosegui fino alla fine della via e aspettami. Durante la conversazione che segue, in un luogo isolato, si scopre che i due si erano baciati durante la luna di miele e che la morte di Ronen non è stata un incidente. Mi stai guardando come se volessi domandarmi qualcosa, ha detto Maya. Forza dunque, chiedi. Le nostre dita erano…

2 minuti
mi dispiace per ugo russo

Hanno perso tutti sabato notte a Napoli. Il ragazzino dei Quartieri Spagnoli incensurato che ha usato una pistola giocattolo per rubare un Rolex e una catenina a un carabiniere fuori servizio e alla sua fidanzata, il carabiniere, napoletano, ventitré anni, figlio di brigadiere, che ha sparato e lo ha ucciso, i genitori del ragazzino che lo hanno salutato alle nove di sera dal barbiere − che a Napoli ci si taglia i capelli anche alle nove di sera − e lo hanno rivisto alle due di notte all’obitorio, gli amici e parenti che hanno devastato il Pronto Soccorso dell’ospedale all’alba − come se l’ospedale invece che un servizio di tutti appartenesse a un mondo altro e lo Stato fosse un nemico di cui vendicarsi −, quelli che hanno sparato contro…

1 minuti
la danza della vita

«Un, dos, tres, un pasito pa’lante María, un, dos, tres, un pasito pa’atrás!»… La balera s’infiamma e l’ottuagenaria Gina inizia a scalciare. Gambe divaricate e ginocchia flesse ammortizzano movimenti simili al twerking, le braccia arabeggianti, le mani che si chiudono e aprono come per simulare uno sparo. La prima «vittima» è mio padre. Gina punta e spara verso di lui, si avvicina continuando a muoversi con sguardi pieni di passione e di buone notizie. Mio padre cede e si alza, scavalca mia mamma, inizia a scalciare come Gina mentre Ricky Martin tuona il finale della canzone: «María, María… un dos tres!». Gina si gira verso di noi, pubblico non pagante e a tempo di musica mima il gesto dell’ombrello. La sua dannata danza finisce per tutta la sera così, non…

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una risata ci salverà

Il «politically correct» è un’etichetta che, da noi, non attacca. Perché siamo scorrettissimi già nel Dna. Non appartiene al nostro genoma il civismo che confina nell’eufemismo. Gli intellettuali hanno provato a importare questa ossessione americana che crede di ridurre il tasso di intolleranza utilizzando un linguaggio appropriato, un comportamento che non urti la suscettibilità di nessuno. Tutto inutile. Perché il ridicolo è più forte del pericolo. Cosa c’è di meglio, per esorcizzare le paure del coronavirus, che sparare sui social fotomontaggi ironici, battute ciniche e barzellette oltraggiose? Mentre aumenta il numero dei contagiati, l’economia va a picco e il mondo ci tratta da lebbrosi, la goliardia italica dilaga davvero come un virus. Sentite. «Ero in fila alle Poste, sono entrati due con la mascherina. PANICO! Poi hanno detto:“Questa è una…