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Мода
Vogue Italia

Vogue Italia Aprile 2020

Moda, beauty, cultura. E poi viaggi, design, architettura, cinema. E ancora personaggi, eventi, news e curiosità. Il mondo di VOGUE Italia. Internazionale ed esclusivo. E insieme a VOGUE Italia potrà apprezzare anche i suoi splendidi supplementi.

Страна:
Italy
Язык:
Italian
Издатель:
Edizioni Condé Nast S.p.A.
Периодичность:
Monthly
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12 Выпуск(ов)

в этом номере

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bianco

Io non so se, come dicono alcuni, la ragion d’essere di Vogue è quella di intrattenere, di regalare qualche ora di evasione a chi lo sfoglia. So, come si legge a pagina 59, che questo giornale nella sua storia ultracentenaria ha attraversato guerre, crisi, atti di terrorismo. E la sua tradizione più nobile (ne è forse l’esempio più lucente Audrey Withers, che ne ha diretto l’edizione inglese sotto le bombe naziste) è quella di non voltarsi dall’altra parte. Perché, come diceva proprio Withers, restare inermi vuol dire farsi andare bene lo status quo. Poco meno di due settimane fa stavamo mandando in stampa un numero pianificato da tempo e che vedeva coinvolto in un progetto gemello anche l’Uomo Vogue. Ma parlare d’altro, mentre le persone muoiono, medici e infermieri mettono a…

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il riflesso sul vetro

Sono giorni che non esco di casa. All’inizio, stavo vestita, persino mi truccavo qualche volta. Presto però ho cominciato a togliermi le cose di dosso, come se non mi servissero più, tanto nessuno doveva vedermi, nessuno veniva a trovarmi. La casa è calda, mi trascino nel letto, dormo, leggo, penso; se mi metto sul divano, mi avvolgo in una coperta. Telefono, chatto, trovo articoli interessanti che non mi aspettavo. Mi spavento, poi mi passa. Ogni tanto guardo fuori dalla finestra. Il mondo mi manca, ma non esco lo stesso. Per le strade non c’è nessuno, e così posso stare nuda anche alla finestra, nessuno mi vede, nessuno si ferma. È sul vetro della finestra che mi sono vista tutta riflessa, tutto il corpo, come in bagno non mi riesce. Mi…

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questa non è una fotografia di moda

Anche se alcune delle primissime fotografie di Stephen Shore, scattate nella sua tarda adolescenza, tra il 1965 e il 1967, erano di Andy, Edie, Gerard, Nico e Lou Reed alla Factory di Warhol, il suo soggetto abituale non sono le persone. Shore è infatti conosciuto soprattutto per le immagini a colori di luoghi e oggetti tipicamente americani: incroci stradali, cittadine di provincia, tavole calde, una colazione apparecchiata sul tavolo. Il suo lavoro è stato incluso, insieme a quello di Robert Adams, Nicholas Nixon e Lewis Baltz, in New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape, la memorabile mostra del 1975 che ha introdotto un modo apparentemente ingenuo, del tutto sottovalutato fino a quel momento, di raffigurare il mondo in cui vivevano gli americani. Il vocabolario visivo di grandiosità e splendore che Ansel…

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necessario è il superfluo

Ogni evento cambia la lingua e i pensieri. Social distancing sarà il lascito, non solo lessicale, di questa pandemia. È la distanza di sicurezza, un po’ come in auto, con qualcosa di più: il terrore. Ne va della vita. Il distanziamento da social network, riflesso di una alienazione ormai di vecchia data, non c’entra proprio, o c’entra in parte. Il risultato di tutto quel che sta succedendo potrebbe essere un nuovo ordine supremo di rapporti sterilizzati, germ-free, sottovuoto e digitalizzati, oppure una riscoperta del vero e dell’umano, dal fatto a mano alla stretta di mano – a patto poi di lavare palmo e falangi con il sapone, per un tempo congruo. Per ora non è dato sapere; crogioliamoci nel dubbio. Intanto – vergo queste righe in data 22 marzo, nel pieno…

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la nostra battaglia

È stato il più grande colpo di frusta psichico dall’ultima guerra mondiale. Dopo settimane d’isolamento sociale, confinati in uno spazio limitato e costretti a relazioni contingentate e senza sapere quando questi limiti saranno tolti, è come se un grande elastico tirato al massimo fosse tornato indietro da una distanza infinita, togliendoci i riferimenti. Se negli ultimi decenni la legge economica e tecnologica ci aveva spinto oltre i confini del qui e dell’ora, nelle timeline parallele dei social, dentro sogni narcisistici di una vita estesa artificialmente e dove la globalizzazione toccava ogni aspetto, rimpicciolendo il pianeta, il Covid-19 ha improvvisamente chiuso fuori dalla porta quest’idea di illimitatezza. Siamo costretti a fare i conti con la finitezza, con un corpo fragile, dentro l’esigua rete famigliare, per scoprire, ogni giorno di più, che…

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il prezzo da pagare

«Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni». La frase, attribuita a Lenin, si trova all’inizio di Social Innovation (Policy Press), il nuovo libro di Geoff Mulgan che completa una sorta di trilogia ideale insieme a L’ape e la locusta (Codice ed.) e Big Mind: L’intelligenza collettiva che può cambiare il mondo (Codice ed.); ed è un buon punto di partenza per cominciare a pensare al mondo dopo il coronavirus. Mulgan insegna Collective Intelligence, Public Policy and Social Innovation presso lo University College di Londra; è stato Ceo di Nesta fino al 2019, direttore della Prime Minister’s Strategy Unit in Inghilterra e consulente di Tony Blair e Gordon Brown. Cosa può fare l’intelligenza collettiva di fronte a una pandemia? Il coronavirus ci ha ricordato…